Vita low cost?

Serralunga d'Alba, Piemonte, Italia

Image via Wikipedia

E’ possibile vivere low cost? Che cosa significa? E’ equo, solidale, sostenibile? Cosa può essere low cost e cosa no? Dove è consentito rinunciare alla qualità per abbattere i costi?

Queste – e non solo queste – sono le domande che mi pongo come utente appartenente a quella classe “ex media”, quelle persone che non vogliono eccedere, nella consapevolezza che il consumismo è probabilmente il male maggiore del nostro secolo – e ce ne porteremo dietro a lungo pesanti strascichi.

Allo stesso tempo però non riesco a “rinunciare a tutto” come ho già avuto modo di raccontare, anche per il tipo di lavoro che storicamente svolgo, la consulenza tecnica all’interno delle aziende, che presuppone competenza, o per lo meno conoscenza, dei temi tecnologici più attuali.

Con la mia famiglia abbiamo fatto una serie di scelte low cost: prima di tutto i mobili che hanno integrato quanto preesistente nella nostra casa torinese sono Ikea (cos’altro per chi si sposta periodicamente, come noi?) ed ora anche l’auto è un low cost Dacia.

Sul discorso dell’automobile c’è anche però un intento di equità e spero in parte anche di solidarietà, in quanto Dacia è la casa automobilistica romena e, benché sia di proprietà Renault, continua la produzione a Mioveni, in Arges, Romania (da dove viene un ramo della nostra famiglia).

La Romania è un paese in via di sviluppo che ha bisogno assai più di noi di trovare stabilità. E’ anche un paese dal patrimonio industriale importante: un patrimonio che è stato in gran parte abbandonato o addirittura distrutto dopo la fine del regime, con conseguente impoverimento della popolazione che vive, oggi più che mai, una situazione di disoccupazione totale, soprattutto nelle zone rurali ed ex industriali.

Lo stesso discorso, a grandi linee, vale per la mia predilezione per la Grecia come meta di vacanza, soprattutto nella situazione attuale, proprio perché la Grecia vive molto grazie al turismo, anche quello non di massa che io amo. Naturalmente, anche l’eventuale volo per arrivarci può essere low cost, perché la nazionalità delle cosiddette compagnie di bandiera è, allo stato attuale, un concetto se non altro dubbio…

Sul cibo invece la questione è molto più complessa.

In primo luogo ci sono due strade eticamente sensate, credo, ed una che non lo è: quella del consumo inutile, dell’acquisto di cibo spazzatura (merendine, snack, dolciumi, alimenti precotti ecc.).

Le altre due strade, però, sono in totale contraddizione: la prima è quella della filosofia “Km 0”, quella della produzione solo locale, dello slow food certificato, quella, insomma “no global”. L’altra è quella della produzione equa e solidale, in vendita in appositi spazi – recentemente anche all’interno di alcune catene di supermercati della grande distribuzione francese.

Nonostante l’antinomia di queste strade, tuttavia, non mi sento di non dover percorrere l’una perché percorro l’altra. Ci sono cose come il cacao che in Piemonte non esistono e cose come il vino di cui qui si è produttori straordinari. Certo, allora, che vado dal produttore locale per il vino, in Monferrato o nelle Langhe, mentre per le cose “esotiche” ripiego necessariamente su Altromercato e simili.

Infine, anche la solidarietà può essere global o no global. E così, a latere della partecipazione, talvolta attiva, ai programmi solidali delle comunità locali ho scoperto l’esistenza di strutture globali come Kiwa, un’organizzazione che permette di “prestare” piccole somme “worldwide” sul modello originariamente immaginato dal premio Nobel Yunnus.

Alla fine di questo post, credo che emerga un modello misto che io, personalmente considero adeguato a quest’epoca di cambiamenti sociali. E’ il modello che applico, non è il migliore. Ha contraddizioni profonde, come ho chiarito ma si fonda su una base – io dico – filantropica.

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